Vivere SPA!

Regalarsi un soggiorno, anche della sola durata di uno week end, presso una stazione termale è un’abitudine che non è mai andata fuori moda. Ci sono due possibili spiegazioni per cui le chiamiamo Spa, entrambe correlate alla prima cultura che ebbe l’idea di sfruttare le sorgenti naturali di acqua calda mineralizzata per il proprio piacere, i romani. “Salus Per Aquam”, ovvero la salute che passa dall’acqua, dal momento che i benefici per il corpo derivati anche dalla sola immersioine in quelle acque erano evidenti fin da subito. L’altra possibilità legata alla nascita del termine è invece dovuta alla cittadina termale belga di Spa, le cui fonti furono sfruttate per prime – indovinate un po’? Sempre dai romani, ovviamente. Il termalismo oggi è considerata una vera e propria branca della fisioterapia, e può essere uno strumento terapeutico importante prescrivibile dal medico. In caso di esigenze certificate il Sistema Sanitario norvegese garantisce ai suoi cittadini anche la copertura delle spese per trattamenti termali. Negli ultimi anni però è sempre più diffusa la concezione delle Spa solo come un luogo per liberarsi dallo stress e di benessere dove, a seconda della località e dello stabilimento, vengono offerti trattamenti diversi e specifici, anche a seconda del tipo di acqua presente. Le offerte wellness più quotate includono: sauna; docce emozionali, dove i getti d’acqua rifraggono colori diversi in base ai princìpi della cromoterapia; massaggi ayurvedici, shiatsu e, nei centri meglio attrezzati, è prevista anche l’attività fisica come sedute di yoga o aquagym. Il tutto in località dove anche l’ambiente naturale ha un ruolo importante, essendo queste ubicate in veri e propri gioielli verdi. L’Italia ha un territorio in larga parte vulcanico, e lungo tutta la penisola esistono fra le spa più prestigiose di tutta Europa, premiate ogni anno dall’Italian Spa Award. Il primo premio del 2014 è andato alle terme di Bormio, con due hotel e due centri termali presso i Bagni Vecchi e i Bagni Nuovi, con un listino che comprende trattamenti corpo rituali e sensoriali – che  prevedono anche un trattamento sculpt con fango d’alga esfoliante e il QC Terme ritual, trattamento viso e corpo con prodotti arricchiti con acqua termale ad effetto rimineralizzante e disintossicante – trattamenti viso specifici per uomo e per donna e tutta l’estetica di base. Per il centro Italia segnaliamo invece in Toscana la Grotta Giusti Terme e Hotel, caratterizzata dalla presenza di una grotta millenaria costellata da stalattiti e stalagmiti, che si estende per oltre 200 metri e attraversata da uno specchio d’acqua che esce dalla sorgente a 34,5 gradi. Gli appassionati del golf invece potranno praticare il loro sport preferito alternandolo ai bagni terapeutici presso l’Hotel Terme di Saturnia Spa & Golf Resort. In Sicilia invece troverete il sontuoso Visir Resort & SPA, dove benessere e lusso vi accolgono in un’atmosfera da mille e una notte. Ma se vi trovate nel senese, e non disponete di un budget molto alto, cercate le terme di Petriolo, e potrete scegliere di farvi coccolare presso lo stabilimento oppure immergervi nelle vasche libere (a temperature naturalmente diverse) che fiancheggiano un torrente limpido, che scorre nella verdissima valle dell’Ombrone.

Gli smoothies – il nuovo trend da bere

Veramente non c’è molto di nuovo in uno smoothie, dal momento che nasce nella patria dei milk shake, gli Stati Uniti, negli anni ’30. Eppure le sue proprietà salutari e dietetiche, la sua fresca consistenza (smooth in inglese significa vellutato) e perché no, il suo simpatico nome lo hanno di nuovo portato in auge anche nelle cucine e nelle caffetterie italiane. L’ingrediente di base sono la frutta fresca e l’acqua, o il succo aggiunto della frutta stessa. Furono delle ricette brasiliane a ispirare i primi smoothie, ma è sicuramente negli anni ’60, con l’avvento del vegetarianismo macrobiotico vicino alla cultura hippie, che gli Stati Uniti rilanciano questa moda alimentare, praticamente di pari passo con i celeberrimi milk shake da Happy Days. La frutta, ma anche la verdura come sedani, cetrioli e carote viene frullata in un semplicissimo frullatore domestico con poca acqua o con altro succo. Per addensare la bevanda e renderla più fresca si aggiunge del ghiaccio tritato, e generalmente non viene mai usato dello zucchero. La bibita che se ne ottiene è particolarmente ricca di vitamine, antiossidanti e fibre, e conserva tutte le proprietà principali degli ingredienti che la vostra fantasia vi suggerirà, rendendo felice qualsiasi nutrizionista, dal momento che una ricetta base comporta un apporto difficilmente superiore alle 150Kcal per porzione. Le combinazioni per ottenere un buon smoothie sono interminabili, e per renderlo più goloso potrete aggiungere anche dello sciroppo, un po’ di latte o gelato o anche della cioccolata, sebbene infrangerete la sua proverbiale salubrità… La ricetta base è vegana, e la si può mantenere tale usando del latte di soia o di mandorle per arricchirla. Esistono anche delle gustosissime varianti etniche: prendendo spunto dagli sharbat indiani aggiungete yogurt magro e miele, magari usando dei mango della varietà tota puri, e il risultato vi avvicinerà al Nirvana! Anche l’uso di spezie è da sperimentare, dando alla vostra bibita un aroma speciale grazie alla cannella, allo zenzero, al pepe verde o alla noce moscata. In occasione di un party serale invece lo smoothie può sempre cambiare look, e unito a bibite alcoliche è un’ottima base per deliziosi cocktail. Salute!

La sigaretta elettronica: cos’è, perché i fumatori la scelgono e… è innocua?

Sempre più spesso ci capita di vedere per strada, nei bar, tra le corsie dei supermercati alcune persone che portano come una specie di grossa penna appesa al collo, che poi portano alla bocca, aspirano e puff! – espirano una boccata di fumo. Sono gli svapatori, o vaper, ovvero i fumatori che hanno scelto di rinunciare al tabagismo tradizionale per passare all’uso delle sigarette elettroniche, note anche come e-cigarettes. La moda della sigaretta elettronica  è tale che se ne possono vedere persino delle pubblicità in televisione, fatto straordinario dal momento che nessun prodotto da fumo viene apertamente pubblicizzato da almeno cinquant’anni. Il motivo è ormai ovvio anche ai fumatori più accaniti: i danni provocati dal consumo di tabacco sono molti ed estremamente gravi. Ma la dipendenza da nicotina rende molto difficile smettere, e un vero smoker trova altrettanto difficile rinunciare alla gestualità associata al fumare sigarette, sigari o pipe. Negli ultimi anni la commercializzazione delle e-cigarettes ha fatto leva anche su questo, garantendo ai suoi consumatori di evitare i danni delle sigarette tradizionali, lasciandoli liberi di apprezzare un vero e proprio rituale a cui non possono rinunciare. Nonostante siano presenti in commercio diversi modelli, il funzionamento di una sigaretta elettronica può essere approssimativamente descritto con una piccola resistenza che viene attivata, a mano o dal passaggio di aria aspirata attraverso un filtro plastico, da una batteria ricaricabile, che scalda il liquido contenuto in un piccolo serbatoio producendo vapore. Non c’è combustione, quindi non vengono né aspirati né emessi prodotti tossici e cancerogeni quali il catrame, il benzene e idrocarburi policiclici aromatici. Il primo brevetto è americano e risale addirittura al 1965, ma sarà un farmacista cinese a mettere per primo questo prodotto in commercio nel 2003, sfruttando una tecnologia ad ultrasuoni per la vaporizzazione del liquido e chiamandole Ruyan (quasi come il fumo). Il liquido contiene di norma acqua, glicerolo, glicole propilenico e nicotina, la cui percentuale può variare, o non essere presente. Gli altri ingredienti garantiscono la consistenza del vapore emesso, dando a chi l’aspira la sensazione di fumare veramente. I liquidi in commercio possono anche essere aromatizzati con diverse fragranze come menta, fragola, liquirizia, persino cognac. L’effettiva innocuità del liquido è tutt’ora in discussione, e sebbene figure autorevoli e attive nella prevenzione dei tumori come Umberto Veronesi o la LIAF (Lega Italiana Anti Fumo) vedano nella sigaretta elettronica un’alternativa sicura per i fumatori e per chi sta loro vicino, la FDA (Food and Drug Administration) nordamericana ha sottolineato il rischio della presenza nel liquido di sostanze potenzialmente pericolose come il glicol-dietilenico e le nitrosammine. Alcuni studi sono paradossalmente finanziati da multinazionali del tabacco come la Philip-Morris, ma non c’è niente di sospettabile in questo, infatti una legge americana da diversi anni obbliga le aziende del settore a finanziare commissioni di ricerca indipendenti sui pericoli per l’apparato respiratorio. L’Istituto Superiore di Sanità invece porta l’attenzione sulla nicotina: pur non essendo di per sé cancerogena resta una sostanza che provoca dipendenza, e anche se la sigaretta elettronica viene sempre più usata come mezzo per smettere di fumare – riducendo gradualmente il tasso di nicotina del liquido utilizzato – potrebbe anche causare, specie nei giovani, l’effetto opposto.

Nude look – il make up per una bellezza… senza trucchi!

Nella seconda decade del nuovo millennio si è riconfermato il trend del nude look, ovvero quello stile di make up che punta ad enfatizzare la bellezza naturale del viso, esaltandone i tratti e i colori senza stravolgerne i lineamenti.  Un make up evidente e marcato, purché ben realizzato, può essere sempre intrigante e conferire un aspetto nuovo, diverso, affascinante. Ma indugiare in questo stile crea sospetti in chi vi guarda, e si finisce col farsi appioppare commenti odiosi del tipo “sembra bella, ma vorrei vederla quando si alza al mattino…”. Inoltre il successo crescente del nude look forse sta proprio nel fatto che la cultura della salute, del perseguire uno stile di vita sano ed equilibrato è sempre più radicata e apprezzata nella nostra contemporaneità, e insieme alla forma fisica il viso è il primo testimone della buona salute di una donna: più il make up è carico e più sembra che si voglia nascondere il suo vero aspetto. Il nude look non significa rinunciare al trucco, bensì fare delle scelte che nascondano le imperfezioni della pelle, che correggano le asimmetrie dei lineamenti valorizzando i dettagli più belli e che trasmettano, come risultato finale, un aspetto luminoso e fresco. Utilizzare i prodotti di migliore qualità e più adatti alle proprie caratteristiche è fondamentale. La prima cosa da fare è idratare la pelle; se è secca i cosmetici non si stenderanno bene e avranno una peggior tenuta. La crema deve essere leggera e fatta assorbire completamente. Dopo si passerà all’applicazione del fondotinta, che dovrà avere una texture leggera, e il colore tassativamente il più simile possibile al vostro incarnato. Per provarlo applicatene una minima quantità sulla pelle, sarà la tonalità giusta solo se sembrerà scomparire dopo la stesura. Segue il correttore, anche quello della tonalità appropriata, che dovrà armonizzare il contorno occhi, i bordi delle narici e gli zigomi, oltre ad andare a  coprire piccoli difetti come macchie o segni indesiderati. Esaltate poi gli occhi con un ombretto iridescente bianco, rosa o dorato, in tonalità pastello, e applicate poco mascara resistente all’acqua. Delineate le labbra con una matita dai toni caldi e non troppo accesi, completando con un gloss, del quale toglierete l’eccesso appoggiando delicatamente le labbra su un fazzolettino. Per imparare al meglio le tecniche e vedere come eseguire queste operazioni troverete molti tutorial online, in uno dei quali il make up artist Giorgio Forgani mostra per Pupa la sua tecnica ( www.pupa.it/ita/Tutorial/make-up-school/Video/nude-look_4.aspx ). Se poi vorrete arricchire di qualche dettaglio il vostro nude look troverete le idee più trendy online nelle foto delle modelle che hanno sfilato per l’ultima Fashion Week di Milano: Moschino, Etro, Cavalli ed Ermanno Scervino si sono concentrati sugli occhi; Marras e Gucci invece hanno dato la loro versione di un nude look con taglio vintage; COSTUME NATIONAL ha fatto scegliere il make up a Bottega Veneta per un total nude molto affascinante. Infine, se la vostra pelle è molto delicata o particolarmente soggetta ad allergie, provate il make up minerale. Una gamma completa di prodotti interamente naturali, privi di coloranti e conservanti, proposti da brand come Sephora, Bare Minerals, Tiaré Lucca, Lily Lolo.

Gym look – come vestire al meglio in palestra

La palestra è diventata ormai uno degli ambienti più familiari nella nostra società, e comunque l’arrivo della bella stagione rende sempre più frequente l’ottima abitudine dell’attività all’aria aperta, dal jogging ad attività più specifiche come lo yoga. Un abbigliamento opportuno non è solo un modo per sentirsi più a proprio agio in mezzo ad altre persone che fanno sport, magari con più esperienza di noi, o per continuare ad essere coerenti con la propria eventuale fashion addiction… L’abbigliamento è da considerarsi come il primo strumento necessario al nostro allenamento, e deve essere scelto con la stessa cura con cui un personal trainer sceglie per noi un attrezzo con cui fare esercizio. Ci sono delle regole di base da ricordare, che valgono sia per lui che per lei, quindi cominciamo con la scelta dei tessuti. È senz’altro vero che il cotone resta la scelta principe, grazie alla sua naturale traspirabilità e leggerezza. In questo caso fate però attenzione ai colori: devono essere neutri, delicati, perché la sudorazione rischia di diluire alcune particelle di pigmento che potrebbero causare irritazione alla pelle. Sfatiamo il mito che i tessuti sintetici non sono adatti, l’unica condizione è che siano realizzati appositamente per l’uso sportivo. La microfibra permette il massimo della traspirazione e assorbe il sudore, facendolo asciugare rapidamente. Il brand Equarea invece è concepito appositamente non solo per la traspirazione, ma anche per garantire una regolazione ideale della temperatura. Il goretex invece è un brevetto perfetto per l’attività all’aria aperta, essendo anche impermeabile. La scelta di questi materiali permette un’ottima ossigenazione, indispensabile per evitare dermatiti, irritazioni e micosi. In generale le caratteristiche che devono avere i singoli capi sono cuciture piatte e ridotte al minimo, avere una buona aderenza ma assicurare una grande mobilità, essere estremamente elastici, dal momento che durante l’esercizio fisico i muscoli e il torace si ampliano sensibilmente in seguito all’aumento dell’attività capillare. Altro elemento importantissimo sono le calzature: è consigliabile che presentino un plantare ergonomico che riesca ad assorbire i contraccolpi, e che contengano opportunamente le caviglie evitando distorsioni. Kempa, Puma e Asics offrono una scelta di scarpe di alta qualità con un prezzo compreso anche tra gli 80 e le 120€. Inoltre Nike, Adidas, Freddy, Dimensione Danza, Decathlon e Klipsò sono solo alcuni dei brand principali che offrono un’ampia gamma di prodotti altamente specializzati con un ottimo rapporto qualità/prezzo, sia nell’abbigliamento che negli accessori. Oltre ai conosciutissimi scaldamuscoli, non dimenticate un asciugamano da portare sempre con voi, da usare non solo per tergere il sudore, ma anche per coprire le panche e creare una guaina per l’appoggio di alcuni attrezzi: un’accortezza igienica per voi e per chi userà lo stesso attrezzo dopo. Un paio di guanti sportivi può proteggere le mani dai batteri e permettere una presa perfetta su manici e manubri. L’ultima nota da fare è appunto sull’igiene. Prendetevi cura del vostro abbigliamento sportivo con detersivi specifici antibatterici, lavandoli a basse temperature ed evitando l’uso di ammorbidenti per i tessuti sintetici, altrimenti potrebbero perdere le proprie caratteristiche tecniche. E buon allenamento!

Glocalizzazione: un’opportunità per il futuro

Basta cambiare una lettera ad un termine criticato ed abusato come globalizzazione per ottenere ciò che definisce un fenomeno di cui invece si parla ancora troppo poco: la glocalizzazione. Il sociologo inglese Roland Robertson introdusse questa parola per la prima volta negli anni ’90, ma fu il suo collega polacco Bauman a svilupparne il concetto. Mentre la globalizzazione del mercato prosegue inevitabile, la glocalizzazione è il fenomeno che permette di evitare proprio quello che più si teme come consequenza del primo, ovvero lo schiacciamento e la snaturazione delle piccole e medie imprese, spesso ultimi baluardi di settori economici frutto di antiche e insostituibili tradizioni locali. Globalizzazione e glocalizzazione non vanno intesi come antipodi, bensì come le due facce della stessa medaglia. Lo scopo di quest’ultima è infatti tutelare e promuovere l’industria e l’artigianato locali, permettendo una produzione adeguata alla domanda sul mercato garantendone al contempo le caratteristiche tipiche di qualità e autenticità. Laddove poi una piccola o media impresa riesca ad affermare la sua attività, potrà godere del diritto di crescita ed espansione, come una qualsiasi grande azienda già esistente, conservando la qualità originale dei suoi prodotti e diventando competitiva anche a livello internazionale. Non solo: l’obiettivo è anche di veicolare l’ingresso e l’affermarsi di prodotti e attività frutto del mercato globale all’interno delle realtà locali, rispettandone però gli spazi (compreso quello ambientale) e le esigenze delle comunità autoctone. Tutto questo può essere reso possibile e persino potenziato proprio da uno dei massimi fautori della globalizzazione: Internet. Le tecnologie di comunicazione informatica infatti permettono interazione, scambio di informazioni e cooperazione senza le quali piccoli produttori sarebbero destinati a rimanere isole non comunicanti. Il Made in Italy non è fatto solo di grossi marchi, ma anche e soprattutto da una miriade di piccole aziende ancora responsabili dell’esistenza e della perpetuazione di prodotti d’eccellenza nei settori dell’alimentazione, del lusso, della moda, del turismo. Sviluppare l’applicazione del concetto di glocalizzazione significa dare nuova vita, nuovo respiro a realtà produttive che rischiano altrimenti di essere progressivamente assorbite da un mercato estero più forte. Il testo Il glocal marketing – Glocalizzazione per rispondere a globalizzazione e localizzazione di Antonio Foglio (Franco Angeli Editore) ha come target sia consumatori che imprenditori di piccole e medie imprese, ampliando i concetti di questo articolo e spiegando come sia possibile introdursi nel mercato glogale – e quindi sopravvivendo – conservando la propria identità. Invece dal 25 aprile al 1° maggio 2014 si terrà la 76esima edizione della Fiera di Modena, con la partnership di Artigiana Italiana, InGiardino e artigianaDESIGN. Un’occasione imperdibile per apprezzare la qualità e il valore di centinaia di piccole e medie imprese locali dedicate a moda, artigianato, auto, enogastronomia, design parallelamente a forme di intrattenimento e arte. Un evento in cui si potranno scorgere scenari e prospettive del mercato italiano glocalizzato.

Cos’è e come si diventa un event planner

Gli “eventi” sono ormai diventati un mezzo importante di promozione per tutte le attività nei settori più disparati. Infatti non fanno parte della categoria solo matrimoni, lauree, battesimi o altre celebrazioni familiari, ma anche cene o pranzi aziendali, serate a tema per associazioni benefiche, concerti locali per la raccolta di fondi o per l’inaugurazione di una nuova attività. Queste sono tutte circostanze che coinvolgono più categorie professionali, ciascuna con un ruolo preciso nel rendere l’evento interessante, piacevole, coinvolgente, di successo. La figura professionale che si occupa del reperimento di forza lavoro specializzata per ciascuna di queste funzioni e che successivamente la coordina, rispettando gli obiettivi e le aspettative del committente è l’organizzatore di eventi, o event planner. Innanzitutto sono richieste delle caratteristiche personali molto forti, preferibilmente innate, altrimenti si rischia di non essere in grado di reggere ad un lavoro che prevede sicuramente un grande livello di pressione. Occorre avere ottime capacità relazionali, coadiuvate dal saper utilizzare diversi registri di linguaggio – come saper gestire il formale e l’informale, importante per comunicare in maniera efficace con i committenti e i collaboratori più diversi – e dal coltivare una fitta rete di contatti professionali affidabile. Fin dal primo colloquio con chi commissiona l’evento bisogna per prima cosa individuare degli obiettivi: il tipo di evento che si vuole organizzare, il suo scopo, il target di pubblico a cui è rivolto, il tipo di location da definire, il budget che si ha a disposizione. Devono essere stilate diverse opzioni organizzative da discutere attentamente con il cliente, ed essere valutati anche eventuali “piani B” nel caso di imprevisti (immancabili). In seguito l’azione passa sui propri contatti: servizi di catering, fotografi, agenzie di stampa, musicisti, enti pubblici amministrativi per eventuali permessi, e poi alberghi, ristoratori, agenzie di noleggio attrezzi, fioristi, grafici che si occuperanno di eventuali locandine e dépliant. Per non parlare di una fitta attività di promozione web, sia sui siti dedicati che attraverso social network o blog. L’event planner è un’attività che per ora non prevede un percorso di studio specifico, ad eccezione di corsi privati come quelli organizzati dall’Accademia degli Eventi (www.accademiadeglieventi.org). Ad ogni modo un diploma di scuola superiore è fondamentale, mentre corsi di laurea con specializzazioni in marketing e pubbliche relazioni possono dare una base molto utile, dal momento che l’evento è a tutti gli effetti una componente delle strategie di marketing contemporaneo. Ciò che vi distinguerà come professionista del settore resta comunque l’esperienza, che potrete cominciare a farvi anche con eventi minori locali, persino familiari, costruendo progressivamente un portfolio che vi permetterà di presentarvi in modo serio e accattivante.

L’evoluzione del negozio: il concept store

Già nel 1967 il filosofo e scrittore francese Guy Debord ne La società dello spettacolo analizzava come il crescente consumismo stesse alterando il comportamento stesso della società, sempre più condizionata dalle esigenze e status imposti dal mercato attraverso il concetto di immagine. Oggi il consumatore è saturo dei meccanismi pubblicitari, che lo spingono ad essere un elemento passivo della società dei consumi che ha alle sue fondamenta le sue scelte d’acquisto. Da un altro punto di vista è sempre più difficile essere attratti dalla pubblicità e dalle altre strategie di marketing tradizionali, in quanto consumatori sempre più consapevoli del nostro ruolo e delle tecniche usate per attrarci e pilotare i nostri acquisti. Questa è sicuramente una spinta che porta il marketing contemporaneo ad un’evoluzione necessaria, che prende appunto una delle sue forme nel concept store. Pur ancora non consapevoli che la loro idea avrebbe avuto una definizione tanto innovativa nel futuro, negli anni ’80 Ralph Lauren in America ed Elio Fiorucci in Italia facevano dei loro negozi un ambiente innovativo, dove il cliente era accolto innanzitutto in un’atmosfera condizionata non dai soli prodotti in vendita, bensì da una pluralità di elementi costituenti il fil rouge della filosofia di stile del loro marchio. Ogni elemento d’arredo, il personale, le luci, la musica, il design degli ambienti dovevano trasmettere al cliente cosa significavano i brand Lauren o Fiorucci, non solo cosa vendevano. Un concept store è quindi uno spazio che nasce partendo appunto da un concetto chiaro e definito, legato ad un preciso lifestyle. Ed è perché il cliente riconosce quel lifestyle come suo, oppure che decide di confrontarcisi che la sua scelta ricade su quel negozio. Al suo interno potrà curiosare non solo liberamente, ma sentendosi accolto, ospitato, pienamente a proprio agio. Potrà trascorrere il suo tempo dando un’occhiata ai prodotti in vendita, ma anche bevendo un caffè, leggendo un libro, ascoltando della musica, persino decidendo di fermarsi per un’aperitivo o una cena. Il concept store può diventare un luogo di ritrovo, dove passare il tempo è piacevole e stimolante. La pubblicità è veicolata dal passaparola, l’acquisto favorito dal tempo passato nel negozio. Possono esser venduti insieme abbigliamento, accessori, libri, gadget: ma non fatevi ingannare da un semplice bazar. Purtroppo molti commercianti fraintendono l’idea di concept store, proponendo solo un’accozzaglia di merce diversa che non è legata da nessun principio di coerenza… In Italia, oltre allo storico 10 Corso Como a Milano di Carla Sozzani, esempi riuscitissimi di concept store sono dati dal brand Green Life, dedicato a tutti gli appassionati dell’ambiente votati ad un lifestyle ecosostenibile, e da Bassetti Home Innovation, interamente proiettato alla casa e all’abitare. Il concept store offre infinite possibilità, e nella patria natìa del Made in Italy permette di valorizzare questo brand in tutti i suoi settori, dal luxury al food&wine, dall’artigianato al design.

Finger food e food porn – quando il cibo va di moda

Mai come ora il nostro rapporto con il cibo è stato tanto tormentato. La cultura del mangiare bene si è trasformata, e mentre per i nostri genitori questo voleva dire esclusivamente ripulire per bene piatti colmi di un pasto sostanzioso, oggi la consapevolezza di quanto sia complessa l’alimentazione appartiene bene o male a tutti. Concetti e termini come l’apporto calorico giornaliero, Kcal, grassi saturi ci sono familiari, e per molti diventa una battaglia da combattersi a tavola. Il cibo è un protagonista della nostra vita che è sempre stato dato per scontato, ma disturbi come l’anoressia e l’obesità, le politiche spesso discutibili di grandi catene di produzione internazionale, sono solo alcuni dei fenomeni che, a partire dagli anni ’90, ci hanno portato a considerarlo con sempre maggior attenzione e rispetto. Basta accendere la televisione, e diversi canali propongono una moltitudine di programmi culinari, praticamente in tutte le fasce orarie. I suoi conduttori/chef diventano delle star, e pare quasi che chiunque possa diventare pasticcere o cuoco d’eccellenza. Nascono inevitabilmente anche dei trend. Il finger food consiste in una completa varietà di pietanze preparate però in modo da poter essere consumate con le mani, senza l’uso di alcuna posata, meglio se in un sol boccone. È l’evoluzione naturale dei piatti da aperitivo, gustosi, veloci e pratici da mangiare anche in piedi. Ormai il finger food è diventato una valida scelta persino in matrimoni e altri ricevimenti formali, dal momento che può presentarsi elegantemente senza incorrere a grosse spese. Tale è il suo successo che Real Time gli ha dedicato un’intera trasmissione, Finger Food Factory, condotta dallo chef Sebastiano Rovida, che in ogni puntata illustra le ricette ma soprattutto le tecniche e gli strumenti da usare, dal momento che si tratta sempre di piatti che, in quanto così piccoli, richiedono una certa meticolosità e precisione. Ma il food trend non si ferma qui. Quanto spesso ormai ci capita di scorrere le nostre bacheche di Facebook e trovare decine di foto di piatti, sul tavolo di un ristorante o preparati dai nostri amici? Interi pranzi e cene serviti su Istagram, conditi con generose dosi di hashtag. È l’avvento del food porn, dove il cibo diventa soggetto di una vera e propria foto oscena, con lo scopo di accendere in chi lo vede il più animale desiderio… di mangiarlo! Ma attenzione, non basta fare una bella foto. Il food porn prevede l’esaltazione di ogni caratterisca godereccia del cibo: il suo sapore, il suo profumo, l’uso di ingredienti gustosi e ricchi che spesso vengono demonizzati, come panna e burro. La mentore di questa tendenza è la bella cuoca Nigella Lawson, che sulla BBC seduce i suoi spettatori con una cucina sensuale il cui risultato non può che appagare (in) tutti i sensi!

Come faccio a diventare una fashion blogger?

Ormai sono sempre di più le ragazze appassionate, forse un pochino più di web che di moda in senso stretto, a porsi questa domanda. Ultimamente anche qualche ragazzo perché si sa, la moda è di tutti. Personaggi come Chiara Ferragni, Chiara Biasi, Laura Manfredi, Nicoletta Reggio sono solo alcuni esempi di donne riuscite a raggiungere un certo livello di fama e notorietà (talvolta persino televisive) partendo dal loro blog e parlando di fashion e stile, fino a fare della propria passione un vero e proprio lavoro. Online si possono trovare molti consigli, e soprattutto esempi, su come diventare una fashion blogger, cerchiamo di farne una sintesi ragionata. Pur parlando di fashion un blog resta sempre un blog, per cui la sua struttura deve essere personale e informale, ma se ne volete fare uno strumento di successo dovrete trattarlo con l’impegno e la serietà che merita qualsiasi lavoro. Il mondo dei blog è saturo, e in un mare potenzialmente infinito non potrete contare esclusivamente sui contenuti – che ovviamente dovranno rispettare standard di correttezza e qualità – ma puntare anche sulla sua struttura grafica e alle più aggiornate strategie di personal branding. Questa è una vera e propria disciplina che, come illustra il blogger e consulente di immagine web Dario Vignali, dovrete studiare e approfondire per imparare a gestire le dinamiche dello web marketing, sfruttando al meglio il potenziale che vi può dare lavorando sul concetto di community. Il vostro blog dovrà essere supportato da più piattaforme, non solo Facebook, ma anche Pinterest, Istagram, WordPress, Twitter, ciascuno con specifiche funzionalità e target di interesse. Perché anche conoscere le tendenze del mercato della moda e cosa si aspettano e vogliono conoscere i suoi utenti vi sarà fondamentale. Se appunto è il fashion la vostra passione allora sapete già da dove attingere le idee per i vostri post, quindi quello che vi potrebbe servire è collaborare inoltre direttamente con le imprese e le aziende del settore. Cominciate a scrivere sulle loro pagine Facebook, contattate gli uffici stampa e gli uffici marketing, presentatevi ai negozi della vostra città. Saper instaurare e coltivare nuovi contatti professionali e di amicizia amplierà la vostra rete di azione, che diventerà uno dei vostri mezzi più importanti. Se potete investite anche economicamente sul vostro blog, attraverso i banner di pubblicità, che in seguito potrebbero anche fruttarvi dei guadagni. Non dimenticate che ogni professionista che si rispetti ha un suo biglietto da visita, quindi non aspettate troppo per stampare i vostri! Infine monitorate l’attività del vostro blog con un account gratuito su Google Analytics, vi farà capire come gestire i contenuti in base anche al numero di clic che questi attirano. Siate determinate, rispondete sempre ai commenti ai vostri post, provocate discussioni e confronti, sempre con educazione e correttezza. E non dimenticate di essere riconoscenti ai vostri follower, e di non cedere alla rabbia degli haters!