La Barbie, da icon doll a oggetto da museo.

Avete mai sentito parlare di Barbara Millicent Roberts? Probabilmente no, ma la conoscete senz’altro, almeno di vista, è che di solito tutti la chiamano Barbie. Debutta il 9 marzo del 1959 alla American International Toy Fair, data che poi diverrà il compleanno di Barbie, ma la sua idea nasce da un viaggio fatto in Germania dall’imprenditrice americana Ruth Handler insieme alla famiglia. Lì  Bild Lilli andava contro lo standard delle bambole per bambini, che di solito rappresentavano dei neonati, dando forma ad una donna adulta e indipendente. Osservando i propri figli la Handler notò che spesso tendevano ad attribuire ai loro giocattoli ruoli da adulto, e propose questa innovazione al marito Elliot, co-fondatore della Mattel. Non ne fu subito entusiasta, ad ogni modo permise la collaborazione della moglie con l’ingegnere Jack Ryan, dando forma alla bambola che prese il nome dalla figlia della Handler, Barbara. Con il suo completino zebrato disegnato da Charlotte Johnson, in versione bionda e bruna, con la i capelli raccolti a coda di cavallo iniziò un mito commerciale, che vendette già 350.000 esemplari nel primo anno. Barbie è stata la prima bambola ad avere come strategia di mercato un’intensa pubblicizzazione televisiva, con spot realizzati su set studiati ad hoc; una strategia che solo oggi è data per scontata. Non solo. La Mattel, intuendo il carisma di quella figura irrealmente femminea, redasse una vera e propria biografia del personaggio, con scuole frequentate, fratelli e sorelle, amici – tutti ottimi soggetti per nuove bambole, nonché il leggendario fidanzato Ken Carson (il nome è la troncatura di quello dell’altro figlio della Handler, Kenneth), con il quale ebbe persino un periodo di rottura nel 2004. Ma non vi preoccupate, due anni dopo, giusto giusto per San Valentino, hanno fatto pace e sono tornati insieme… E poi acccessori, una quarantina di animali da compagnia, una casa, persino auto disegnate da Nissan, Volkswagen e Fiat. Nonostante la sua famiglia allargata comprenda anche personaggi di diverse etnie, l’accortezza non è bastata ad evitare le polemiche di varie comunità, come quella islamica per motivi morali e religiosi, o quella afro-americana, in quanto i personaggi di colore tendono a conservare caratteristiche fisionomiche caucasiche. Tutt’oggi Barbie è amata da circa 100.000 collezionisti, disposti a pagare più di 3500$ su eBay per un esemplare della prima linea, e da innumerovoli bambine; ma anche odiata, per le sue forme impossibili – accusate da psicologi e psichiatri di costituire un modello istigante all’anoressia – per promuovere un lifestyle frivolo e superficiale, effemminato ma anti-femminista, per la sua ossessione per il rosa… Un simile personaggio non poteva non essere simbolo della Pop-art, e Andy Warhol le dedica un quadro nel 1985. Persino l’intellettuale Lisa de I Simpson non riesce a resistere alla versione satirica di Barbie, ovvero Malibu Stacy, protagonista in diversi episodi. Dalla televisione Barbie si ispira per apparire sugli scaffali in versione Star Trek o come membro acquisito della famiglia Addams. Il cinema le dà vita in Toy Story 2 e 3 della Disney-Pixar. I suoi abiti e accessori sono stati disegnati addirittura da Diane von Fürstenberg, Vera Wang, Calvin Klein, Bob Mackie e Christian Louboutin. E ora in Europa ne abbiamo persino un museo. A Berlino troverete la Barbie Dream House, la riproduzione della sua casa a misura d’uomo su 2500 metri quadrati a due passi da Alexander Platz. Ma se non vi piace l’idea di essere una Barbie Girl in a Barbie World – come cantavano gli Aqua, forse non è il posto per voi.

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