…e l’autoscatto si trasformò in selfie!

Una volta era l’unico modo per farsi una foto di gruppo senza “sacrificare” nessuno dei membri, escludendo il fotografo di turno. Si appoggiava la macchina fotografica sul tettuccio dell’automobile, o sul primo muretto a portata di mano (solo gli appassionati più sofisticati possedevano un cavalletto, magari tascabile), si impostavano da 5 a 20 secondi, poi di corsa verso il gruppo, accanto all’amico o al genitore posizionato ad hoc – lungo silenzio di imbarazzati sorrisi d’ogni sorta fuorché naturali – e click! Solo quando l’orecchio di qualcuno percepiva questo suono si rompevano le righe, magari per per fare un’altra foto, così, per sicurezza…

In molti oggi, quando sentono parlare di selfie, pensano a questa scena, chiedendosi perché non venga più considerata la stessa cosa, al punto da necessitare l’ormai quotatissimo neologismo inglese. La parola selfie è nuova anche per gli anglosassoni, e la Oxford Dictionaries l’ha inserita tra le sue definizioni soltanto l’anno scorso. E nonostante il pioniere della fotografia Robert Cornelius nel 1839 realizzava la prima “selfie” della storia con un dagherrotipo su lastra d’argento, e successivamente la celebre granduchessa Anastasia Nikolaevna di Russia nel 1914 era la prima adolescente che, tredicenne, si scattava una foto davanti allo specchio reggendo una Kodak Brownie con mani tremanti, è solo nel 2002 che il termine verrà usato da un utente nel forum online dell’Australian Broadcasting Corporation. L’avvento di MySpace segnò il diffondersi della consuetudine degli autoscatti per le foto profilo, ma secondo la scrittrice Kate Losse l’avvento di Facebook, parallelamente allo sviluppo delle tecnologie smartphone con fotocamere frontali (in particolare nell’Iphone 4) definì il definitivo affermarsi del fenomeno nella seconda decade del nuovo millennio. La selfie infatti, per essere considerata tale, deve essere eseguita dal soggetto stesso con la fotocamera di uno smartphone o da una webcam, inquadrando pevalentemente il viso, con lo scopo di postare l’immagine di buona qualità su un social network – l’autoscatto quindi non è ancora superato.

E sebbene alcuni considerino ancora il fenomeno come un’odiosa moda da adolescenti narcisisti, di fatto tutti, prima o poi, cediamo al fascino di una selfie. Celeberrime ormai quelle scattate dallo spazio dall’astronauta in orbita Aki Oshide nel 2012, o quella di gruppo scattata da Bradley Cooper e diffusa via Twitter da Ellen DeGeneres all’ultima notte degli Oscar il 2 marzo 2014, insieme a Jennifer Lawrence, Meryl Streep, Kevin Spacey, Brad Pitt, Julia Roberts, e la vincitrice come miglior attrice non protagonista Lupita Nyong’o – un’ottima idea promozionale della Samsung? Twitter, insieme ad Instagram, sono i social che hanno potenziato il fenomeno con un ulteriore mezzo di diffusione, l’hashtag, che associa l’immagine ad una serie di tag riconducibili a una serie di temi o soggetti comuni. Recentemente è stata diffusa perfino una bufala, secondo la quale la American Psychiatric Association avrebbe catalogato in via ufficiale come “selfitis” il disturbo compulsivo di scattarsi continuamente foto da postare sui social media. Eppure la storia dell’adolescente inglese Danny Bowman, che ha tentato il suicidio non riuscendo a scattare la “selfie perfetta” è vera, e assai preoccupante. Il giovane era affetto da un disturbo reale (la dismorfofobia, spesso legata all’anoressia), che lo ha portato ad una grave depressione, per cui la sua mania di scattarsi foto era conseguente alla sua temporanea incapacità di percepire correttamente il proprio aspetto esteriore, e non la causa. Che sia divertente, ironica, magari anche un po’ narcisista, speriamo solo raramente ossessiva, la selfie resta un’ulteriore segno del crescente potere dell’Immagine.

 

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